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REDDE RATIONEM

REDDE RATIONEM

la resa dei conti

La scomparsa del mondo diviso in blocchi ha portato in breve tempo alla trasformazione del mondo politico italiano, che si è plasmato sul modello anglo-americano, adottando il sistema elettorale maggioritario e bipolare, modificando la costituzione in senso Federalista e avviando il sistema sociale ad adottare i principi del liberismo dominante, in termini di mercato e di abbattimento dello Stato Sociale.

In questo quadro, funzionalmente alle trasformazioni planetarie, si è realizzata la mutazione genetica che ha portato il PCI a divenire DS, lo sdoganamento dei fascisti, la frantumazione della Democrazia Cristiana e del PSI e la costituzione di Forza Italia e della Lega.

Le coalizioni di centro-sinistra italiana e internazionali si sono collocate in una posizione non di contrasto al liberismo, ma di velleitaria, quanto perdente, posizione di governare i processi di trasformazione, nel senso di “accompagnamento” alla transizione dai modelli socialdemocratici al nuovo modello liberista.

Dagli anni ’90 fino alla vittoria del centro-destra, i sindacati confederali, interfaccia del centro-sinistra, seppure con sfumature diverse, hanno assicurato il consenso delle masse lavoratrici al cambiamento, raggiungendo l’approdo dell’entrata nell’Unione Europea e il varo della moneta unica. Alla stagione dei sacrifici, sarebbe dovuta seguire la stagione dei benefici, che nei “desiderata” dei lavoratori si sarebbe dovuta sostanziare in maggiori tutele sociali, maggiori salari, maggiore e più qualitativa occupazione. Nulla di tutto ciò si è realizzato, anzi, il “trend” è tutto altro: ridimensionamento dello Stato Sociale, privatizzazioni e liberalizzazioni selvagge, generalizzazione della precarietà e della flessibilità del lavoro, libertà di licenziare, incremento della disoccupazione a fronte di rinnovi contrattuali, insufficienti anche a recuperare il costo della vita e al restringimento degli spazi di democrazia (immigrati, informazione, diritto a manifestare …).

Il fallimento di questa politica è sotto gli occhi di tutti: il liberismo o lo si contrasta o lo si subisce, certamente non lo si governa. Il “liberismo governato” è una contraddizione in termini, nel senso che non sarebbe più liberismo, ma un’altra forma del capitalismo che oggi non è data. Ovunque, il centrosinistra perde colpi e consensi, spianando la strada alla destra (Italia, Spagna, Portogallo, USA, Argentina ..), oppure è costretto a scavalcare la destra con politiche iperliberiste (Blair).

In questo fallimento sono coinvolte a pieno titolo cgil-cisl-uil e, in particolare, la CGIL. Il sistema della concertazione, che aveva fatto assurgere i sindacati al ruolo di seconda gamba del centrosinistra governativo (Cofferati aveva fatto la proposta di istituzionalizzarla per legge e l’Unione Europea, a maggioranza di centrosinistra, aveva consigliato di adottarla a sistema comunitario), ha esaurito la sua funzione di fase ed ora il padronato alza la posta in gioco.

Lo scontro sull’articolo 18 è paradossale, considerando che il “Libro Bianco” è stato elaborato da un’equipe di esperti quasi tutti di area CISL, e che la CGIL non ha espresso un rifiuto di principio, il governo avrebbe potuto portare “a casa”, con il minimo di contrasto e di conflittualità sociale, il massimo obiettivo in tema di liberalizzazione del mercato del lavoro e di generalizzazione della precarietà e della flessibilità. Allora, perché si è irrigidito fino al punto di scatenare un conflitto sociale di così ampie proporzioni ? Escludendo la possibilità che ciò sia dovuto a fattori caratteriali del cavaliere e dei suoi sodali (non bisogna mai sottovalutare l’avversario), l’unica risposta razionale che rimane è di tipo politico: il governo ha deciso, sulla scia dell’insegnante, signora Teachter, di “legnare” i sindacati e, in particolar modo, la CGIL. Non è nel programma dell’Esecutivo del centrodestra l’annullamento dei sindacati, ma “solo” il ridimensionamento del loro ruolo nella funzione corporativa categoriale e territoriale/locale. La pretesa dei sindacati di continuare nel metodo della concertazione come interfaccia dei governi non è più sostenibile, né funzionale. In un sistema, voluto dal centrosinistra, di tipo bipolare maggioritario, il ruolo dell’opposizione è marginalizzato; non c’è condivisione della gestione del potere, se non nella forma del “sottobosco” ministeriale e di posizioni di rendita trasversali agli schieramenti. Ossessivamente, il Cavaliere ribadisce che il centrodestra ha vinto le elezioni e che, quindi, il suo governo è legittimato dal voto popolare a inverare il proprio programma, insomma, a fare quello che gli pare, ed anzi è antidemocratico chi gli si oppone tramite le mobilitazioni di piazza, “girotondi” e quanto altro. Inoltre, rafforza questa tesi (a ragione), sbandierando la sintonia programmatica con le decisioni del Consiglio Europeo, in tema di riforme, deregolazione, flessibilità, fisco, pensioni ecc. In sintesi, relegata in un angolo l’opposizione parlamentare, grazie alle regole del maggioritario, per stabilizzare completamente la situazione, non rimane altro che tacitare l’opposizione sociale, tramite una cura a base di un nodoso randello e di qualche piccola carota.

Chi si oppone al Cavaliere ? O, meglio, chi si oppone alle politiche liberiste ? non di certo l’Ulivo, né i sindacati confederali; lo schieramento antiliberista organizzato è rappresentato dal PRC (con i limiti della vocazione di pontiere con i DS), dai COBAS e dal sindacalismo di base, dal movimento “NO Global”, a cui va aggiunta la componente non organizzata (e confusa), ma maggioritaria , rappresentata dalla base dei sindacati confederali e dei DS, specialmente dei settori operai, dei bassi redditi, del precariato e dei disoccupati. C’è anche un ceto borghese ed intellettuale che fa capo ai DS, ma questo settore è facilmente riassorbibile nelle compatibilità dell’opposizione istituzionale. La questione centrale è l’ingovernabilità di quei settori proletari, che, pur non avendo ancora capito in quale direzione andavano e vanno i loro riferimenti sindacali e partitici non ci stanno a subire un peggioramento delle loro condizioni di vita e chiedono pressantemente di contrastare il liberismo. La doppiezza con cui finora confederali e centrosinistra hanno condotto la loro politica – da una parte artefici della modernizzazione liberista e, dall’altra, falsi alfieri delle classi subalterne – sta arrivando al “ redde rationem ”. Ovviamente, chi vive la peggiore contraddizione è la CGIL e una parte dei DS, ma non stanno benissimo né Pezzotta né Angeletti, infilati nel vicolo cieco di avere come unica alternativa quella di essere la bella copia del centrodestra, ma il problema è quello di spiegare alla loro base finalmente come stanno realmente le cose. A tirarli fuori dal “cul de sac” ci ha pensato acutamente e un po’ temerariamente il Cavaliere. L’unico modo per salvare la faccia e, nello stesso tempo, mandare avanti la seconda fase delle trasformazioni liberiste, è quella di uscire sconfitti, ma non distrutti, dallo scontro sociale, attrezzandosi a ricomporre il blocco sociale nell’ambito della rivalsa politico-istituzionale dell’alternanza bipolare.

Solo in questa ottica è possibile comprendere come mai Berlusconi/D’Amato hanno voluto lo scontro con i Confederali. Infatti, avevano in mano la carta per isolare la CGIL (stralcio dell’articolo 18) e realizzare almeno il 90% di quanto contenuto nel “Libro Bianco”, che non dimentichiamolo è stato elaborato da una equipe di esperti di area CISL/Margherita.

Per capire meglio la questione, si riporta testualmente uno stralcio del “Libro Bianco” sul ruolo dei sindacati: “… Gli anni novanta sono stati gli anni della concertazione sociale. Le necessità di conseguire importanti obiettivi a livello comunitario favorì l’opzione concertativa: Imperativa era l’esigenza di rafforzare il coordinamento nel governo delle dinamiche nominali dei redditi per evitare derive inflazionistiche. Inoltre, l’intervento sui saldi netti del bilancio pubblico andava fatto rapidamente ed in un clima di consenso sociale, onde evitare tensioni e ricadute inflazionistiche…Tuttavia, nei fatti, la concertazione ha svolto compiti di governo ben di là degli obiettivi di sviluppare un corretto rapporto tra le parti. Il processo avviato nel 1992 dal I Governo Amato è stato progressivamente snaturato e portato a ribaltare la logica culturale che l’aveva innestato. Quando, da parte dei diversi governi che si sono succeduti, vi è stato un uso eccessivo della concertazione, intesa come sede consultiva e di legittimazione politica in merito ad iniziative che, in linea di principio, erano spesso di esclusiva competenza del Governo si è determinato un uso distorto e viziato della concertazione stessa…. E’ del tutto evidente l’impossibilità del modello concertativo degli anni novanta di affrontare la nuova dimensione dei problemi economici e sociali. La concertazione ha, infatti, mantenuto fermi nella politica economica due obiettivi fondamentali: il risanamento dei conti pubblici e l’ingresso dell’Italia nell’Euro. Intorno al ruolo della contrattazione nazionale centralizzata e dell’inflazione programmata si è sviluppato lo scambio fondamentale tra governo e parti sociali….. Tuttavia, raggiunti gli obiettivi dell’abbassamento dell’inflazione e dell’ingresso nell’EURO, i suoi limiti sono apparsi subito evidenti. Emerge con evidenza l’inadeguatezza di un sistema contrattuale centralizzato …( che ) è indifferente rispetto alle esigenze reali delle singole imprese….Inoltre, la competitività del sistema Italia non è più mediata dalla politica monetaria (nazionale )….Al tempo stesso un completamento organico delle riforme in tema di mercato del lavoro e del welfare non può prescindere dall’iniziativa e dalla capacità decisionale del Governo… In questa situazione le esigenze attuali dell’economia italiana inducono a sperimentare una pratica di “partnership per la competitività e l’occupazione”, dove il confronto fra istituzioni e parti sociali assuma la valenza non di un obiettivo in sé, ma di uno strumento utile al conseguimento di obiettivi di volta in volta condivisi….Le “linee guida per l’occupazione”-varate nell’ambito del processo di Lussemburgo- attribuiscono alle parti sociali l’assunzione di crescenti responsabilità a riguardo. In proposito appare necessario indirizzare questa attività sul piano locale – anche tenendo conto dei nuovi poteri riconosciuti alle Regioni dalla recente riforma sul Federalismo – al fine di cogliere le peculiarità del mercato del lavoro all’interno di ciascun contesto territoriale. Occorre quindi sottoporre a valutazione critica la stagione dei “patti nazionali”…”

Libro Bianco – Il Dialogo Sociale

Avendo la concertazione ormai assolto alla sua funzione – rispetto dei parametri di Maastricht, contenimento salariale e dell’inflazione e varo della moneta unica – oggi il padronato italiano, per mantenere accettabili livelli di competitività, ha estrema necessità di completare in tempi rapidi la “modernizzazione” liberista, non potendo più fare leva sulla svalutazione della lira. Per fare questo, come è ben spiegato nel “Libro Bianco”, occorre mutare i rapporti con i sindacati, che vanno ricondotti al ruolo corporativo e deviati dal livello centralizzato dei “patti nazionali” a quello regionale/locale e liberare il governo dal rapporto vincolante sulle scelte strategiche. La rottura della solidarietà, connaturata ai Contratti Collettivi Nazionali, rappresenta l’obiettivo principale del padronato e il colpo finale alla resistenza dei lavoratori al liberismo . La legittimazione a procedere alla liberalizzazione del mercato del lavoro venuta dal vertice di Barcellona autorizza Berlusconi ad andare avanti a colpi di leggi-delega approvate a colpi di maggioranza. Certo, non tutto fila liscio: la resistenza popolare e dei sindacati (tirati per i capelli da Berlusconi) sta incrinando la coesione della Confindustria, allarmata dall’estensione del conflitto sociale e anche la tensione sugli assetti delle Fondazioni Bancarie non aiuta e, inoltre, Berlusconi deve fare i conti con i settori più recalcitranti della piccola e media impresa, ostili alla liberalizzazione del mercato, in quanto abituati a prosperare sul sostegno protezionistico, sul monopolio del mercato locale e sui contributi della Finanza pubblica. Ma anche sul fronte interno alla sinistra le cose non vanno benissimo: la legge Tremonti (defiscalizzazione sul reinvestimento degli utili), la legge sul falso in bilancio e quella sul rientro dei capitali trova il consenso della Lega delle Cooperative e del Monte dei Paschi di Siena. Se a ciò aggiungiamo il ruolo della Margherita e il lavoro di Prodi in Europa, le prospettive non sembrano essere particolarmente rosee. Un’ultima riflessione: come mai nel pieno dello scontro sull’articolo 18, la CGIL assieme a CISL e UIL ha fatto la corsa a chiudere tutti i contratti di categoria (Tessili, Chimici, Federgasacqua, Protocollo Pubblico Impiego …) ? Non pare un’ottima mossa da parte di chi si prepara ad uno scontro durissimo con il governo.

Contributo alla discussione a cura del COBAS Provincia di Roma – Federazione Enti Locali

I COBAS hanno convocato, insieme alla CUB, all’USI e all’ADL Cobas, lo sciopero generale di tutto il lavoro dipendente, pubblico e privato, per l’intera giornata di venerdì 14 novembre. Insieme a noi promuoveranno lo sciopero, rendendolo generalizzato e sociale, anche numerose strutture dei Centri sociali e del territorio, comitati e coordinamenti dei precari, organizzazioni studentesche nazionali e locali.

Vogliamo coinvolgere nello sciopero – e nelle manifestazioni che si svolgeranno nelle principali città – anche parti significative del piccolo lavoro “autonomo”, schiacciato dalla crisi almeno quanto quello dipendente, i giovani delle partite IVA e delle decine di tipologie di precariato, e pure chi non può scioperare nelle forme tradizionali, chi non ha neanche un contratto o che addirittura lavora gratuitamente.

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Anche se a tutt'oggi non è stato firmato il decreto che proroga il blocco dei contratti dei dipendenti pubblici non c'è da sperare in una ripresa della contrattazione nazionale, considerato che manca completamente la copertura finanziaria. Scatta quindi da aprile la corresponsione dell'indennità di vacanza contrattuale?
Dal punto di vista prettamente giuridico SI, eppure con il Dl 98/2011 il legislatore ha demandato all'emanazione di uno o più regolamenti per la proroga fino al 31/12/2014 di tutte le norme che limitano i trattamenti economici dei dipendenti della PA oltre che per la revisione delle modalità di calcolo dell'indennità di vacanza contrattuale.
Tirando le fila quindi, allo stato attuale non ci sono norme che vietano la corresponsione dell'indennità nello stipendio di aprile, eppure si paventa l'ipotesi dell'emanazione del regolamento in questione oltre la data di chiusura degli stipendi, con la conseguenza di dover recuperare nello stipendio di maggio le somme liquidate.

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