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Osamo1i

PRIVATIZZAZIONI ITALIANE

Non vogliamo tracciare un quadro esaustivo delle privatizzazioni negli anni novanta o ricordare fatti a tutti noti anche se dai più dimenticati, ma ricavare alcune conoscenze utili alla battaglia politica dei nostri giorni, oltre ad una corretta interpretazione dei processi in atto. Un capitolo a parte meriterebbe poi la cessione del settore bancario con partecipazioni azionarie in borsa, un sistema complesso sullo sfondo delle grandi operazioni che hanno sancito la nascita di pochi blocchi dominanti e il progressivo ridimensionamento delle casse di risparmio (e il numero degli sportelli).1Consigliamo la lettura dei saggi contenuti nel testo edito dalla casa editrice Il mulino :“Le privatizzazioni italiane”,a cura del Centro studi di Confindustria Bologna 2000

Abbiamo pagato i costi delle ristrutturazioni risanando aziende poi cedute ai privati, per essere a loro volta divise in numerosi tronconi, ognuno dei quali venduto a multinazionali. Un capitale tecnologico come quello dell’industria Eni e metalmeccanica svenduto per poche lire con la intercessione di tecnici, commissari europei che invece di salvaguardare la parte pubblica hanno favorito affari privati.

Con le dovute differenze la svendita del patrimonio pubblico avviene oggi nel comparto enti locali benedetta dall’intesa tra organizzazioni sindacali e Amministrazioni, svendita che penalizza le professionalità acquisite limitandosi solo a ridurre il costo del lavoro con ricorso ad una manodopera in affitto o esterna, meno pagata e cosciente, più sfruttata e meno garantita.

Non è casuale che sia stato proprio Romano Prodi, allora professore universitario e non ancora primo ministro del centrosinistra, a scrivere nel 1992 (sulla rivista Il Mulino, guarda caso) l’ormai famoso saggio “ Un modello strategico per le privatizzazioni” che rispondeva alle esigenze del capitalismo nazionale e europeo, un testo convergente con i dettami di Confindustria e dell’allora governo Amato.

Le privatizzazioni, dicevano, erano necessarie per risanare il debito pubblico, la legge n. 359 dell’Agosto 1992 trasformava Iri, Eni, Enel, Ina, FS (personale dimezzato, traffico cresciuto dell’80%) in società per azioni e predisponeva un riordino delle Partecipazioni Statali, anticamera del loro smembramento.

Negli anni successivi si succedono testi di legge, modifiche istituzionali come la legge 474 del 1994 che tutelava gli azionisti minoritari delle privatizzate per invogliare ed estendere la proprietà, legge che tra l’altro consente allo Stato poteri particolari e diritti di veto in imprese nevralgiche e al fine di salvaguardare gli interessi pubblici. Questa clausola 2Centinaia di accordi sindacali e governativi che prevedevano la salvaguardia dei piani occupazionali e produttivi sono stati stracciati senza un’ora di sciopero, attendersi dallo Stato e dai governi di centrosinistra la salvaguardia degli interessi pubblici (immaginiamoci cosa potrà fare Berlusconi) è solo una pia illusione. Non lasciamoci ingannare sul carattere formale di certi principi che rimangono lettera morta in assenza di volontà politiche e pratiche conseguenti avrebbe potuto evitare cessazioni di attività, trasferimenti all’estero, fughe di capitali, smembramenti produttivi in favore di operazioni meramente speculative, poteri mai sfruttati e ai quali è stato fatto ricorso solo in parte e nell’unico interesse di alcune cordate capitalistiche a discapito di altre, per consentire alle Banche di acquistare le azioni delle imprese statali privatizzate. Le stesse grandi Banche, come gli invisisibili ma onnipresenti FMI e Banca Mondiale avevano giocato un ruolo determinante a sostegno delle privatizzazioni e della dismissione del comparto industriale a partecipazione statale. Nei primi anni novanta inizia il processo di privatizzazione (già previsto nel 1990 da Craxi Amato che attraverso l’Antitrust acceleravano i processi in atto secondo il principio della concorrenza libera da monopoli) delle stesse banche per consentire un loro protagonismo azionario nell’acquisto delle ex aziende pubbliche e per legare a doppio filo il capitale finanziario e azionario a quello industriale.

Nel 1993 il Governo Italiano offriva ampie assicurazioni all’UE che entro e non oltre due anni sarebbero state completate alcune grandi privatizzazioni, 5 anni dopo le cessioni avevano prodotto qualcosa come 115 mila miliardi di lire, un cifra superiore a quella di gran parte dei paesi europei. Nell’Aprile scorso, l’allora ministro Visco, presentando un Libro bianco sulle privatizzazioni italiane, diffuse altri dati che attestavano gli incassi a 159 mila miliardi di lire tra il 1996 e il 2001, una cifra falsata perché oltre 23 mila miliardi dei debiti di Eni ed Iri sono stati trasferiti agli azionisti (un debito largamente compensato dai prezzi di favore e dalla tecnologia a costo zero ereditata). Con il governo Berlusconi infine dovrebbero completarsi le cessioni, dai Tabacchi alla Fincantieri fino all’Alitalia . L’IRI continua a controllare circa 180 aziende e sulla loro privatizzazione è facile ipotizzare uno scontro tra multinazionali e all’interno dello stesso potere politico perché non si tratta solo di cedere aziende produttrici di beni ma definire nuovi soggetti, modalità di vendita, processi di ristrutturazione con il sistema delle pubblic utilies configurato come servizio a rete, con la gestione della quale che per elevati costi avviene quasi sempre a regime di monopoli.

Alcuni a sinistra pensarono che dalle privatizzazioni e successioni sinergie avrebbero potuto nascere raggruppamenti in grado di competere con gli altri colossi europei del settore, una speranza vana e lo dimostrano i casi del Nuovo Pignone ( ceduto “per pochi bicci” alla General Electric) e delle apparecchiature IRI per telecomunicazioni vendute alla Siemens. Se pochi gruppi, Riva, Benetton, Del Vecchio e Cagnotti escono con strutture produttive rafforzate attraverso l’acquisto di aziende un tempo pubbliche, i veri affari li hanno conclusi le multinazionali esteri, dalla Uniliver, alla Nestlè, dalla Krupp alla già menzionata General Electric.

Gli anni compresi tra il 1989 e il 1997 hanno visto scendere dal 10,2 a meno del 6% l’incidenza pubblica nei settori della trasformazione industriale con una perdita occupazionale non inferiore al 40%.

La perdita occupazionale riguarda tutto il comparto degli Enti locali e le aziende municipalizzate, ossia “regolate e gestite dall’ente locale”, prima ancora che venisse determinata la loro trasformazione in s.p.a seguivano criteri privatistici almeno nelle relazioni con il personale e a fronte di un giro di affari in continuo aumento, gli stessi carichi lavorativi crescevano con personale calo (le poche assunzioni non coprono neppure i pensionamenti). Nei settori a gestione diretta si fa sempre più strada la via della esternalizzazione e dell’interinale da cui attingere manodopera. Sono questi settori dove investire non solo in termini di lotta ma di proposta per dimostrare quali interessi si celino dietro lo smembramento del pubblico e in che termini verranno penalizzati i lavoratori e il loro potere contrattuale. Opporsi ai processi in atto non è un vizio ideologico ma una scelta di campo suffragata da elementi concreti e da una realtà produttiva in via di smantellamento. Spetta a noi dimostrarlo.

A cura del COBAS del Comune di Pisa

I COBAS hanno convocato, insieme alla CUB, all’USI e all’ADL Cobas, lo sciopero generale di tutto il lavoro dipendente, pubblico e privato, per l’intera giornata di venerdì 14 novembre. Insieme a noi promuoveranno lo sciopero, rendendolo generalizzato e sociale, anche numerose strutture dei Centri sociali e del territorio, comitati e coordinamenti dei precari, organizzazioni studentesche nazionali e locali.

Vogliamo coinvolgere nello sciopero – e nelle manifestazioni che si svolgeranno nelle principali città – anche parti significative del piccolo lavoro “autonomo”, schiacciato dalla crisi almeno quanto quello dipendente, i giovani delle partite IVA e delle decine di tipologie di precariato, e pure chi non può scioperare nelle forme tradizionali, chi non ha neanche un contratto o che addirittura lavora gratuitamente.

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Anche se a tutt'oggi non è stato firmato il decreto che proroga il blocco dei contratti dei dipendenti pubblici non c'è da sperare in una ripresa della contrattazione nazionale, considerato che manca completamente la copertura finanziaria. Scatta quindi da aprile la corresponsione dell'indennità di vacanza contrattuale?
Dal punto di vista prettamente giuridico SI, eppure con il Dl 98/2011 il legislatore ha demandato all'emanazione di uno o più regolamenti per la proroga fino al 31/12/2014 di tutte le norme che limitano i trattamenti economici dei dipendenti della PA oltre che per la revisione delle modalità di calcolo dell'indennità di vacanza contrattuale.
Tirando le fila quindi, allo stato attuale non ci sono norme che vietano la corresponsione dell'indennità nello stipendio di aprile, eppure si paventa l'ipotesi dell'emanazione del regolamento in questione oltre la data di chiusura degli stipendi, con la conseguenza di dover recuperare nello stipendio di maggio le somme liquidate.

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