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LA FRANCIA aprile 2002

LA FRANCIA, OVVERO LE MANIPOLAZIONI MEDIATICHE

L’inaspettata sconfitta di Jospin e della sinistra francese al primo turno delle presidenziali ha scatenato gli opinionisti di mestiere e gli “apprendisti stregoni” in materia. Le analisi più gettonate delle cause della sconfitta sono state quelle della divisione dei candidati della sinistra e del fallimento delle politiche sulla riduzione dell’orario di lavoro (35 ore) e, in tono minore, quelle della sicurezza e dell’immigrazione.

La realtà dei dati è molto diversa: 1) non c’è stato nessun sfondamento dell’estrema destra, infatti, Le Pen ha realizzato un incremento di voti di poco superiore all’1,5%; 2) la sconfitta di Jospin è stata decretata dal forte astensionismo dell’elettorato di sinistra, che lamentava la scarsa differenziazione tra il programma del primo Ministro e quello di Chirac; 3) c’è stato un buon incremento dell’estrema sinistra, che per la prima volta nel suo insieme supera il 10%; 4) non c’è nessuna avversione, a livello di principio, da parte dei lavoratori e dei disoccupati verso la riduzione dell’orario di lavoro. Semmai, c’è forte critica sul fatto che questo obiettivo sia stato barattato con l’introduzione di maggiore flessibilità – lavoro notturno per le donne, turni a ciclo continuo con ferie forzose in periodi dell’anno predeterminati – e non a parità di salario; 5) non c’è un problema sicurezza francese, i livelli di criminalità sono all’interno della fisiologia europea; 6) non c’è un’emergenza immigrazione. La Francia, come gli altri paesi europei eredi di imperi coloniali, ha avuto sempre un forte flusso migratorio, altamente integrato. Già negli anni ’70, non era possibile scorgere a Parigi uno “spazzino” che non fosse di colore, pertanto, la storiella dell’immigrato che ruba il lavoro ai francesi non sta in piedi: non c’è concorrenzialità perché gli immigrati fanno veramente i lavori più umili e più dequalificati, cioè quelli che la maggioranza dei Francesi non vuole più fare da tempo. Semmai, i problemi vanno ricercati nella colpevole assenza di una politica sociale verso le Banlieu e gli strati più deboli della società, sacrificati all’adesione a scelte macroeconomiche tutte rivolte al mercato ed alle sue esigenze; 7) a conti fatti, raffrontando i dati con le precedenti elezioni, Le Pen guadagna circa 200.000 voti, la coalizione di Chirac ne perde circa 4.000.000, mentre la coalizione di Jospin ne perde circa 1.500.000.

Il non voler riconoscere che il forte astensionismo in Francia, come pure in Italia, sia dovuto al disorientamento e all’”incazzatura” dei ceti popolari che non riescono più a riconoscersi nelle politiche “liberal-democratiche” dei vari centrosinistra, porta a manipolare la realtà, fino a voler far vedere “lucciole per lanterne”. Lo “spauracchio” Le Pen riporterà a votare il partito degli astensionisti e salderà il voto della sinistra a quello della destra moderata, chiudendo in un angolo, con un risultato plebiscitario l’oltranzismo nazionalfascista del Fronte Nazionale. Nulla di nuovo sotto il sole: Chirac verrà confermato alla Presidenza della Repubblica, mentre la sinistra troverà presumibilmente il riscatto alle elezioni legislative di giugno.

La questione vera, che non riguarda solo la Francia, è un’altra, e cioè che la costruzione degli Stati Uniti d’Europa avviene tutta all’interno del mercato capitalista liberista e questo comporta il sacrificio sociale delle classi popolari. Il vuoto di rappresentanza politica che ne deriva può aprire scenari inquietanti, proiettati su nostalgie nazionalistiche, oppure costituire la premessa per la rifondazione di un progetto antagonista ed alternativo al liberismo mondiale. Allo stato delle cose, sembrano prevalere gli interessi della grande imprenditoria europea, conscia di non poter competere sul mercato internazionale, a partire dalle singole realtà nazionali e senza completare i processi di ristrutturazione del mercato del lavoro e di liberalizzazione dei mercati dei beni e della produzione.

Oggi, il capitalismo europeo si trova a dover affrontare la seconda fase della modernizzazione liberista e la destra moderata sembra essere l’unica in grado di completare l’impresa, mentre le coalizioni della sinistra moderata (liberaldemocratici), senza base di consenso, sono sempre più fuori gioco, condannati ad un ruolo subalterno, se non di “reggicoda” alla destra europeista. In questo quadro fa eccezione Blair, solo per il fatto che è talmente a destra (l’ultima “boutade” di voler privatizzare la polizia le dice lunga) da non poter essere scavalcato dai conservatori.

Nel mutato quadro delle società europee, non sono più i comunisti ad essere usati come “spauracchio”, ma la destra estrema (Haider in Austria, Le Pen in Francia, Blocher in Svizzera, Kjaesgaard in Danimarca, Dewinter in Belgio, Hagen in Norvegia, Fortuyn in Olanda, mentre in Italia ci prova Forza Nuova, ma con scarsissimi risultati perché è ben chiusa dai fascisti di Alleanza Nazionale e dalla xenofobia di Bossi), per portare l’elettorato a desiderare una rassicurante stabilizzazione democratica di tipo centrista.

Giocano con il fuoco, perché il consolidarsi socialmente e il legittimarsi elettoralmente di realtà parafasciste, nazionalistiche e xenofobe costituiscono un brodo di coltura di crescita incontrollabile all’interno delle situazioni sociali più degradate e sempre più senza rappresentanza politica da parte della sinistra storica. Oggi, queste formazioni coagulano un naturale rigetto all’europeismo liberista, distruttore dello Stato Sociale e, quindi delle tutele e delle certezze sociali e cultural/identitarie, sono utilizzate strumentalmente con funzioni di “spauracchio”, spesso eterodirette o altamente inquinate dai servizi segreti e foraggiate da quei settori padronali che devono la loro sopravvivenza ai sistemi protezionistici e ai monopoli localistici dei mercati interni, mentre il grande padronato europeo, tutto proteso a trovare sbocchi di nuovi mercati e a reggere la competizione internazionale, sostiene qualunque altra coalizione, purchè in grado di completare le riforme strutturali liberiste. Ma di fronte ad una crisi economica, che dovesse tramutarsi in depressione, con conseguente pauperizzazione del ceto medio e perdita del controllo sociale, non giureremmo sulla tenuta liberaldemocratica del padronato. Anzi, la Storia ce lo insegna, l’insorgere di regimi autoritari e totalitari potrebbe essere per la seconda volta il tragico epilogo dell’Europa.

Aprile 2002

A CURA DEL COBAS PROVINCIA DI ROMA – FEDERAZIONE REGIONI-ENTI LOCALI

CONFEDERAZIONE COBAS

I COBAS hanno convocato, insieme alla CUB, all’USI e all’ADL Cobas, lo sciopero generale di tutto il lavoro dipendente, pubblico e privato, per l’intera giornata di venerdì 14 novembre. Insieme a noi promuoveranno lo sciopero, rendendolo generalizzato e sociale, anche numerose strutture dei Centri sociali e del territorio, comitati e coordinamenti dei precari, organizzazioni studentesche nazionali e locali.

Vogliamo coinvolgere nello sciopero – e nelle manifestazioni che si svolgeranno nelle principali città – anche parti significative del piccolo lavoro “autonomo”, schiacciato dalla crisi almeno quanto quello dipendente, i giovani delle partite IVA e delle decine di tipologie di precariato, e pure chi non può scioperare nelle forme tradizionali, chi non ha neanche un contratto o che addirittura lavora gratuitamente.

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Anche se a tutt'oggi non è stato firmato il decreto che proroga il blocco dei contratti dei dipendenti pubblici non c'è da sperare in una ripresa della contrattazione nazionale, considerato che manca completamente la copertura finanziaria. Scatta quindi da aprile la corresponsione dell'indennità di vacanza contrattuale?
Dal punto di vista prettamente giuridico SI, eppure con il Dl 98/2011 il legislatore ha demandato all'emanazione di uno o più regolamenti per la proroga fino al 31/12/2014 di tutte le norme che limitano i trattamenti economici dei dipendenti della PA oltre che per la revisione delle modalità di calcolo dell'indennità di vacanza contrattuale.
Tirando le fila quindi, allo stato attuale non ci sono norme che vietano la corresponsione dell'indennità nello stipendio di aprile, eppure si paventa l'ipotesi dell'emanazione del regolamento in questione oltre la data di chiusura degli stipendi, con la conseguenza di dover recuperare nello stipendio di maggio le somme liquidate.

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