Home ›› ENTI LOCALI ›› Documenti ›› DossierprivatizzazioneI

DossierprivatizzazioneI

LIBERALIZZAZIONI E PRIVATIZZAZIONI DEI SERVIZI LOCALI

Alla base della privatizzazione dei servizi c’è un principio cardine dell’economia: il mercato, la concorrenza, la libera circolazione dei capitali, supportati dalle ideologie dell’efficienza e della qualità dei servizi che sarebbero garantiti solo da criteri non pubblici di gestione. Convegni, 1Vedere “liberalizzazioni e le privatizzazioni dei servizi pubblici locali” atti di un convegno editi da Il Mulino con la Fondazione Montedison nel Luglio 2000, e-o “I servizi pubblici in Italia”, Torino Fondaz. Rosselli 1999 Fondazioni, seminari universitari, fiumi di inchiostro sulle riviste specializzate ripetono sempre i medesimi concetti, trasversali ai due schieramenti politici ma concordi nella cessione ai privati dei servizi con una struttura tripartita che vede il pubblico nella veste di discreto e distaccato garante, i soggetti erogatori del servizio e il cittadino-utente. Nessuno parla dei lavoratori e della loro funzione produttiva, la contrattazione sindacale è sostituita dalla Carta dei servizi che privilegia e sviluppa il rapporto con le associazioni dell’utenza. “Scomparendo” il lavoratore pubblico inteso non solo nella sua veste impiegatizia ma come netturbino, sepoltuario, custode, operaio generico, gli enti locali si caratterizzano per assenza di basse categorie ed un numero stratosferico di quadri e dirigenti con mansioni di controllo sull’operato delle ditte appaltatrici, cooperative ed aziende dove la forza lavoro frammentata e divisa conta su un irrilevante potere contrattuale. Ma oltre la litania privatizzatrice, buio completo su criteri, finalità e modalità di gestione dei servizi sganciati da ogni serio controllo e direzione, progressiva e graduale perdita di autonomia economica e politico amministrativa dei Comuni e delle Province, danno economico arrecato alle piccole ditte di supporto, mancanza di garanzie per la tutela della salute e dell’ambiente, scarsa sicurezza sui luoghi di lavoro, a dirlo non siamo noi ma autorevoli esponenti del mondo amministrativo e politico come la Confederazione europea distributori di energia comunali.

Questi “ principi” ispirano il d.d.l. 4014 che segue le privatizzazioni nelle telecomunicazioni e disciplina tra l’altro la distribuzione locale del gas, secondo la Direttiva Cee n. 96/92 e successivi Decreti emanati dai governi di Centrosinistra, il cui uomo a Bruxelles, il commissario europeo Mario Monti, non perde occasione per ripetere che solo liberalizzando e privatizzando l’economia si raggiunge efficienza e competitività.

L’esperienza quotidiana dimostra come l’efficienza si traduca in diminuzione dei posti di lavoro (decine di migliaia) e inserimento di figure precarie o interinale anche solo per sostituire personale in malattia o in ferie 2L’Amministrazione di centrosinistra del Comune di Firenze ha stanziato nell’Agosto 2001 oltre un miliardo e mezzo solo per la gara che dovrà scegliere l’agenzia interinale per la fornitura di personale in affitto da impiegare in caso di bisogno, siano ferie, permessi, malattie e straordinari, una spesa con la quale sarebbero state possibili una cinquantina di assunzioni a tempo indeterminato nei settori dove più si fa sentire la mancanza di personale. Ammesso, ma non concesso, che l’interinale non riguardi anche i profili professionali interessati dalle graduatorie di concorso ancora in vigore, poche o nulle saranno le speranze per il lavoro a tempo determinato e per assunzioni di ruolo tramite collegamento, attingendo dalle liste particolari dei precari. Il ricorso all’interinale viene previsto dall’ultimo CCNL per non più di 60 giorni o 180 in casi particolari (che diventeranno regola), come previsto è il lavoro domiciliare che consentirà agli enti di risparmiare non poco in materia di sicurezza e salute del dipendente. , separando nel caso del gas e dell’acqua la rete di erogazione dal servizio, trasformando le aziende municipalizzate con oltre 160.000 addetti e 25000 miliardi di lire di fatturato in società per azioni (fine dell’affidamento diretto e dei principi a salvaguardia della occupazione e di ridotti costi), di fatto passando ad una gestione privata di servizi nevralgici e di prima necessità che per coprire i costi di gestione e di servizio accresceranno la quota spettante alle famiglie con i soliti sgravi e sconti per le imprese.

Negli anni si è trasformata la stessa nozione di servizio pubblico che non comporta più la contemporanea titolarità del servizio e la diretta erogazione, per consentire al privato di fare da padrone e mantenendo solo sulla carta quei poteri di controllo, vigilanza e programmazione ai quali gli enti rinunciano in nome della divisione di competenze tra ruoli amministrativi e tecnici da una parte, politici dall’altra. C’è poi da dire che le Amministrazioni in gran parte dei casi non si sono avvalse dei poteri spettanti per legge e il conducente (il privato e-o il politico asservito ad esso) ha potuto agire quasi indisturbato.

E’ diventato regola il luogo comune secondo cui lo Stato deve ritirarsi dall’economia perché inefficiente, il deficit della finanza pubblica e degli enti locali viene ideologicamente liquidato senza prima verificare criteri, tempi e modi con i quali sono stati spesi soldi pubblici, con il solo obiettivo di ridurre il costo del lavoro, il numero degli addetti, liberalizzando il mercato lavorativo. In questo scenario, le lobby delle cooperative di servizi (di ispirazione laica e cattolica ma sempre legate al centrosinistra) hanno giocato un ruolo importante come le stesse Agenzie dell’Interinale che quando non sono legate mani e piedi alle Multinazionali sono in affari con strutture di Cgil Cisl Uil (vedi Italia Lavoro). Per raggiungere gli obiettivi delle privatizzazioni occorreva ridurre le competenze statali trasferendo deleghe e responsabilità alle Regioni, alle Province e agli Enti locali, in prospettiva diversificando anche le normative che regolano il mercato lavorativo secondo i principi più spinti della deregulation federalista. Lo “Stato neutrale” e la separazione di ruoli tra Amministratori e Dirigenti è quindi una scelta politica utile a coprire e giustificare rispettivamente la privatizzazione dei servizi e la crescita a dismisura, e oltre ogni ragionevole necessità, degli organici di Dirigenti (che vedono aumentare stipendi e competenze ) e Funzionari. L’autonomia dovrebbe consentire, a parole, una migliore organizzazione delle risorse locali secondo caratteristiche e peculiarità del territorio, nei fatti troviamo diffuse pratiche e processi che seguono le medesime direttive e gli stessi principi (non si capisce perché privatizzare lo stesso servizio in ogni Comune, a prescindere dal numero di abitanti e utenti e dalle dotazioni di organico). Il Sindacato confederale ha sostenuto questi processi o si è limitato a non intervenire secondo il principio della non intromissione nelle decisioni politiche, questa subalternità culturale e ideologica si traduce nella sconfitta dei lavoratori e nell’indebolimento della loro forza contrattuale, uomini del sindacato sui banchi del Parlamento hanno votato e sostenuto i procedimenti legislativi che ristrutturano il comparto locale e della PA. Quando critichiamo il principio della sussidiarietà vogliamo criticare alla radice il nesso esistente tra decentramento amministrativo e rinuncia dello Stato ad esercitare quei principi di guida e controllo dei quali parla la Costituzione. Chi dovrebbe vigilare e indirizzare non lo fa, quindi non solo registriamo una subalternità di Istituzioni ed Enti locali ai principi di mercato, ma una politica che precarizza il rapporto lavorativo ed esternalizza i servizi trasformando queste scelte in principi cardini dei processi in atto fin dai primi anni novanta.

Come già avvenuto nel settore idrico (ricordate la privatizzazione, alcuni anni or sono, dell’ACEA a Roma determinata dalla Amministrazione di centro sinistra?) e delle telecomunicazioni, la regola dell’efficienza e del libero mercato ha favorito pochi grandi operatori con cospicue risorse finanziarie a loro disposizione, multinazionali pronte a guadagnare regimi di monopolio che la deregulation sosteneva di volere eliminare perché contrari alla libera concorrenza. Pensiamo al settore gas dove i privati con attività di produzione importazione e trasporti, pur essendo minoritari come numero servono oltre l’80% dei Comuni italiani con circa il 65% degli abitanti. Ora, se i settori gas ed elettrico sono legati da interessi comuni che determineranno sinergie e disponibilità di gas a prezzi bassi, possiamo ben comprendere come le municipalizzate con le loro imprese multi servizi rappresentino un affare colossale, per promuovere società e gestioni uniche con soggetti industrialmente forti e quotati in borsa (come già si verifica nel settore dei rifiuti urbani dove la cooperazione tra enti comunali e provinciali consente una apertura rapida e progressiva ai privati con ridimensionamento del pubblico non solo a livello proprietario ma soprattutto decisionale). La legge 142 subisce nel 1999 alcune correzioni che circoscrivono gli interventi dell’Ente Locale solo a casi eccezionali per stabilire la priorità assoluta del criterio concorrenziale, laddove nel testo originario della Legge si ipotizzava invece una diretta gestione dei servizi da parte dell’Ente, con la esclusione di quelli industriali, secondo modalità non solo ed esclusivamente di mercato. Tradotto in linguaggio comprensibile, se un dato servizio non produrrà utili e profitti, se non sarà funzionale a logiche speculative, anche quando tra entrate ed uscite si registri un sostanziale pareggio o modesto utile, questo servizio dovrà essere demandato al privato, perché i principi di trasparenza, efficienza ed regolarità siano funzionali alla speculazione e non alla economicità del servizio, alla gestione e al controllo secondo finalità sociali. Si rinuncia a gestire in termini redditizi dei servizi che subiscono svendite e privatizzazioni, non prima di averli depauperati di tutte quelle potenzialità e risorse oggi riconosciute per legge come solo patrimonio del mercato e della concorrenza. Non ci meravigliamo che le normative privatistiche e i processi di smantellamento dei servizi vadano di pari passo, con sempre meno finanziamenti elargiti agli Enti locali “costretti”a vendere quote del loro patrimonio solo per sopportare le spese di gestione ( anche questo vuol dire federalismo), sempre minori investimenti a loro volta ricevono i settori destinati alle esternalizzazioni - privatizzazioni (personale precario, macchinari vecchi e fatiscenti, spese di manutenzione insufficienti, assenza di programmazione e di progetti per il futuro, lento e progressivo svuotamento degli organici).

Organizzare la resistenza dei lavoratori di questi settori è determinante per concretizzare quella opposizione al neoliberismo e alle privatizzazioni globali volute da molti e combattute invece da pochi, per rompere le uova nel paniere al Governo Berlusconi e al sindacato della concertazione.

A cura del COBAS Comune di Pisa

I COBAS hanno convocato, insieme alla CUB, all’USI e all’ADL Cobas, lo sciopero generale di tutto il lavoro dipendente, pubblico e privato, per l’intera giornata di venerdì 14 novembre. Insieme a noi promuoveranno lo sciopero, rendendolo generalizzato e sociale, anche numerose strutture dei Centri sociali e del territorio, comitati e coordinamenti dei precari, organizzazioni studentesche nazionali e locali.

Vogliamo coinvolgere nello sciopero – e nelle manifestazioni che si svolgeranno nelle principali città – anche parti significative del piccolo lavoro “autonomo”, schiacciato dalla crisi almeno quanto quello dipendente, i giovani delle partite IVA e delle decine di tipologie di precariato, e pure chi non può scioperare nelle forme tradizionali, chi non ha neanche un contratto o che addirittura lavora gratuitamente.

Continua

Anche se a tutt'oggi non è stato firmato il decreto che proroga il blocco dei contratti dei dipendenti pubblici non c'è da sperare in una ripresa della contrattazione nazionale, considerato che manca completamente la copertura finanziaria. Scatta quindi da aprile la corresponsione dell'indennità di vacanza contrattuale?
Dal punto di vista prettamente giuridico SI, eppure con il Dl 98/2011 il legislatore ha demandato all'emanazione di uno o più regolamenti per la proroga fino al 31/12/2014 di tutte le norme che limitano i trattamenti economici dei dipendenti della PA oltre che per la revisione delle modalità di calcolo dell'indennità di vacanza contrattuale.
Tirando le fila quindi, allo stato attuale non ci sono norme che vietano la corresponsione dell'indennità nello stipendio di aprile, eppure si paventa l'ipotesi dell'emanazione del regolamento in questione oltre la data di chiusura degli stipendi, con la conseguenza di dover recuperare nello stipendio di maggio le somme liquidate.

Continua