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2Commento

PATTO PER L’ITALIA

Intesa per la competitività e l’inclusione sociale

COMMENTO

Il “Patto per l’Italia”, già nel titolo, tende a connotarsi come un patto di unità nazionale tra il governo e le parti sociali, cioè, in sintesi, tra chi governa e chi è governato. Contrariamente a quanto è stato detto dall’opposizione, rappresenta un atto di legittimazione del governo Berlusconi in Italia e in Europa. In gioco c’è la titolarità ad attuare le determinazioni dell’Unione Europea, già sostenute e concertate dal centrosinistra e dalle tre confederazioni. Non a caso, il “Patto” si apre con i riferimenti alle conclusioni dei vertici di Barcellona, Lisbona (e Siviglia). Dunque, la questione non è di merito, in quanto, a parte le polemiche sull’articolo 18, il “Patto” non fa altro che sostanziare una linea di continuità con il “riformismo” del centrosinistra. Come abbiamo già detto in “Riflessioni sul Libro Bianco”, il capitalismo europeo ha la necessità di entrare nella seconda fase della rivoluzione liberista per realizzare un livello di competitività maggiore con il capitalismo nord americano, completando la liberalizzazione del mercato dei prodotti e del mercato del lavoro. In questo contesto, il capitalismo italiano non potendo più utilizzare lo strumento della svalutazione monetaria, deve necessariamente recuperare margini di competitività abbattendo il costo del lavoro e massimizzando la flessibilità. Inoltre, per contrastare il ciclo economico negativo, devono essere stimolati i consumi interni, compressi dalle politiche monetaristiche (lotta all’inflazione attraverso il contenimento salariale e diminuzione della spesa pubblica), agendo sulla leva fiscale e su politiche di incremento occupazionale. Fin qui nulla di nuovo.

Entrando nel merito e nei contenuti del “Patto” ci si rende conto immediatamente di essere di fronte ad un documento generico, ad un programma privo di coperture finanziarie (fisco e ammortizzatori sociali), che ribadisce la validità della politica dei redditi; esprime la volontà di riformare il sistema scolastico (vedi riforma Berlinguer) e la formazione; si impegna genericamente sullo sviluppo del Mezzogiorno, puntando su una sorta di “New Deal” (grandi opere- legge obiettivo), co-finanziato dallo Stato, dai privati e dai fondi strutturali europei (lo stesso progetto, più o meno era nei programmi del centrosinistra); revisiona i servizi per l’incontro tra domanda e offerta di lavoro, prendendo a modello il Decreto Legislativo 181/2001 del governo D’Alema, ma introducendo (come promessa) l’estensione del sussidio di disoccupazione; fa intendere di voler eliminare il lavoro parasubordinato (co.co.co) riconducendo le tipologie di lavoro a due sole categorie: autonomo o subordinato; prefigura uno Statuto dei Lavori (questo, sì, pericoloso); ripristina il requisito dell’autonomia funzionale del ramo d’azienda, intaccato dal Decreto Legislativo 18/2001 del governo D’Alema; si impegna ad una forte defiscalizzazione dei redditi medio-bassi (oltre a diminuire l’IRPEG e l’IRAP). Dopo aver eliminato i provvedimenti sull’arbitrato, l’oggetto del conflitto rimane nelle “modifiche” all’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori. Ma, astutamente, si fa presente come tale provvedimento abbia illustri precedenti, condivisi allora anche dalla CGIL e dal centrosinistra.

Dunque, per capire la vera pericolosità della strategia Berlusconi/Confindustria, occorre uscire dalla “tecnicità” del “Patto” e afferrarne la politicità.

La Confindustria, dopo aver appoggiato il centrosinistra per raggiungere gli obiettivi dell’entrata in Europa e della moneta unica, ha ben compreso (ascesa di D’Amato e delle PMI) che, per realizzare il completamento della trasformazione liberista, occorreva la spregiudicatezza del centrodestra (mantenendo un asse sotterraneo con D’Alema/Prodi), capace di andare allo scontro frontale con la CGIL e, nello stesso tempo, di realizzare quella politica neopopulista (Destra Sociale e Lega), in grado di erodere la virtuale base di consenso della sinistra, a partire dai ceti più pauperizzati. D’altronde, non si può negare che Berlusconi abbia aumentato il reddito a quasi un milione di pensionati al minimo e, se gli riuscirà la defiscalizzazione e la creazione della fascia “no tax”, di un’altra fetta consistente di pauperizzati. A fronte di ciò, cosa può ribattere il centrosinistra ? In dieci anni di governo ha solo tolto: ha diminuito il potere d’acquisto dei salari, ha introdotto la flessibilità e la precarietà, ha raggiunto il primato delle privatizzazioni in Europa, ha mantenuto una pressione fiscale notevole senza aumentare e migliorare le prestazioni sociali, non ha aumentato il tasso di democrazia nei luoghi di lavoro (per non scontentare cgil-cisl-uil), ha avviato la riforma della scuola e la parità con le scuole private, le esternalizzazione dei servizi sociali, la revisione del Capo V della Costituzione (federalismo), eccetera, eccetera. Certo, i centrosinistri possono ribattere che con queste politiche l’Italia è entrata in Europa. Già, nell’Europa dei banchieri e dei padroni.

Il “Patto” rappresenta un tassello dell’attuazione del “Libro Bianco”, ed averlo inserito come parte integrante del DPEF, persegue almeno due obiettivi: 1) legittimazione sociale; 2) legittimazione europea. Su entrambi i versanti la CDL aveva estrema necessità di fugare dubbi sul consenso a dispiegare le proprie politiche, ad essere in grado, cioè, di realizzare le “modernizzazioni” liberiste.

Per quanto riguarda le coperture economiche, quasi tutto si basa su proiezioni di sviluppo economico, strettamente connesso alla supposta ripresa del ciclo espansivo internazionale – la carta di riserva della cartolarizzazione dell’alienazione dei beni immobiliari e dei beni artistici e naturali (Ship e Patrimonio Spa-Infrastrutture Spa) – per il momento è stata congelata dal commissario europeo Pedro Solbes. Qualora la ripresa economica non si realizzasse nei tempi utili, al governo Berlusconi – e questa pare la soluzione più realistica – non rimarrebbe che accelerare le riforme della Sanità e della Previdenza, da cui reperire le risorse finanziarie necessarie a far decollare la riforma fiscale, quella degli ammortizzatori sociali e per avviare il progetto delle grandi opere pubbliche.

L’unico dubbio rimane legato alla disponibilità di CISL ed UIL ad una precoce riforma previdenziale, mentre sul restante, Berlusconi dovrebbe avere la strada spianata. Infatti, il quadro di riforme preconizzato nel “Libro Bianco” trova il consenso – con qualche marginale distinguo – di Pezzotta ed Angeletti, in particolare sulle questioni della revisione della struttura della contrattazione (minimizzazione del CCNL nazionale a favore di quello di secondo livello, aziendale e/o territoriale), mutazione in sindacato di servizi (enti bilaterali), riforma della scuola, democrazia economica (cogestione aziendale), “gabbie” salariali, privato sociale, flessibilità ecc.

A questo punto non rimane che analizzare l’opposizione della CGIL ad un accordo che, tecnicamente, non sembra confliggere con quanto avallato dalla medesima negli ultimi anni.

Il sindacato di Cofferati è stato uno dei principali attori che ha garantito pace sociale e consenso dei lavoratori alle “modernizzazioni” liberiste, tramite il sistema della concertazione. Non dimentichiamo che “concertazione” vuol dire condivisione dei fini tra sindacati, governo e parti datoriali.

L’accusa che Cofferati rivolge a Pezzotta ed Angeletti è di aver inaugurato un “sistema di relazioni di stampo neocorporativo”, in quanto la sottoscrizione dell’accordo “segna la completa condivisione …della politica del governo Berlusconi nel campo economico, scolastico-formativo e in quello del lavoro” e perché la previsione dell’entrata delle parti sociali nella gestione di tutte le attività di servizio del mercato del lavoro “prefigura una grave distorsione del ruolo proprio delle rappresentanze sociali .. “ (le parti virgolettate sono riprese dal documento del Comitato Direttivo della CGIL).

E qui, siamo veramente al paradosso. Può valere l’accusa di corporativismo solo per il governo Berlusconi ? Dieci anni di condivisione attiva delle politiche dei governi di centrosinistra, allora cosa sono ? per non parlare, poi, dell’invadenza della triade – ante centrodestra – in tutti i settori sociali e del lavoro, a cominciare dalle posizioni di monopolio in tema di rappresentanza sindacale, continuando con la presenza attiva nei Comitati di Vigilanza, nelle Direzioni Provinciali e Regionali del Lavoro, nelle Commissioni Provinciali del Lavoro, negli Enti Bilaterali, con la promozione delle agenzie di lavoro interinale, con il controllo indiretto, ma sostanziale, da sempre esercitato sugli Uffici di Collocamento e via discorrendo ?

E’ possibile che solo oggi la CGIL si accorga della “incostituzionalità” del principio per cui chi non sottoscrive gli accordi nazionali è fuori anche dalla contrattazione per i suoi effetti applicativi ? Dove hanno vissuto fino ad oggi ? Non sono stati loro ad aver contrastato con cisl e uil l’abrogazione secca dell’articolo 19 dello Statuto dei Lavoratori, ad avere sottoscritto i protocolli d’intesa sulla costituzione delle RSU con l’appannaggio del 30%, ad aver avallato e voluto la legge Bassanini sulla rappresentanza nel Pubblico Impiego ? Solo oggi scoprono che c’è un deficit di democrazia ? Un noto comico gli avrebbe risposto con “ma ci faccia il piacere”.

Dato per acquisito che per la CGIL la concertazione è, e rimane, lo strumento principe della politica sindacale, sorge spontanea la domanda: poteva Cofferati concertare con Berlusconi ? Poteva Cofferati annunciare alla sua base che la CGIL e il governo della Confindustria condividevano i medesimi fini ? L’avvento al potere del centrodestra si è dimostrato più esiziale per la CGIL che per la coalizione del centrosinistra. Cofferati aveva solo due strade o rinnovare il patto corporativo con il centrodestra o andare allo scontro, usando però l’accorgimento del doppio binario, cioè continuando a concertare in tutte le altre sedi (contratti di categoria, accordi territoriali, ecc.). La prima strada sarebbe stata un suicidio di identità, la seconda tiene aperto qualche spiraglio in attesa della riscossa elettorale.

D’altronde, il centrodestra, nella sua marcia liberista (attuazione del Libro Bianco), aveva messo nel conto lo scontro con la CGIL e lo ha cercato usando come “casus belli” le modifiche all’articolo 18. Un conflitto, quello sull’articolo 18, attualmente , più simbolico che di sostanza (vedi “Redde Rationem” su www.cobas.it , - Enti Locali).

Il punto debole della strategia messa in campo dalla cgil è rappresentato dalle contraddizioni del centrosinistra, ridotto all’impotenza parlamentare dal meccanismo maggioritario, ma anche consapevole della necessità e della ineluttabilità delle ulteriori “riforme” liberiste, di cui, però la responsabilità politica sarà tutta del centrodestra. Ed allora, opposizione sì, ma “con judicio”. Si mandano avanti le “truppe cammellate” di Pezzotta e Angeletti a stemperare eccessi e rozzezze di D’Amato e Maroni e si apre la strada al modello nord-americano, in salsa vaticana. Geniale.

Può la CGIL, anche se nell’ambiguità del “doppio binario”, continuare a lungo la scelta conflittuale senza l’appoggio dell’opposizione politica ? L’ipotesi non pare realistica. Significherebbe che, seppur in via transitoria, Cofferati sposerebbe la tesi COBAS , trasformando la sua organizzazione in un soggetto sindacale, politico e culturale. Più che irreale tale ipotesi sarebbe surreale .

Più realistica pare l’ipotesi che il “cinese” stia operando per modificare la perdente linea del centrosinistra, spostandone l’asse su un impegno più marcato verso il mondo del lavoro e del sociale, in senso socialdemocratico piuttosto che liberaldemocratico (D’Alema/Amato/Rutelli). Sul fronte interno, la CGIL ha assoluta necessità di ricomporre la rappresentanza politica su una “nuova” linea politica, che riesca a ri-attrarre gli scompaginati settori sociali subalterni, caduti nell’astensionismo endemico o sedotti dalla demagogia populista della destra. Comunque vada, nessuno può negare che Cofferati e la CGIL abbiano svolto e stiano svolgendo una funzione di supplenza politica (vedi articolo di M.Tronti – “Manifesto” del 9 Luglio), avallando la tesi della possibilità e dell’efficacia della ricomposizione in un unico soggetto del sindacale e del politico, dell’economico con il politico.

La forzatura cigiellina ha ottenuto dei risultati, costringendo i DS ad un feroce confronto interno, che ha portato Violante, duramente contestato a Genova, a fare pubblica autocritica sugli errori politici e sull’incomprensione del suo partito nei confronti del Movimento e incassando il consenso dei Verdi e di Di Pietro, di pezzetti di Margherita (Rosa Bindi, Parisi), oltre a quelle scontate di gran parte del “Correntone” e di Rifondazione. Inoltre, la sconfitta dei liberaldemocratici ha assunto proporzioni planetarie tali da non poter non essere assoggettate ad una forte autocritica e, quindi, ad una modifica fondante.

Infine, a supporto dell’ipotesi dell’azione politica di Cofferati e della strumentalità dello scontro sull’articolo 18, pesa fortemente la posizione assenteista/negazionista sul referendum abrogativo promosso da RC, Verdi e parte del sindacalismo di base. La decisione della CGIL di non appoggiarlo e, invece, di annunciare una raccolta di firme per leggi di iniziativa popolare risponde almeno a due obiettivi: 1) minimizzare l’iniziativa di RC; 2) trasformare uno scontro sindacale in una campagna politica, che colga il suo apice verso la fine della legislatura.

Roma, Luglio 2002

A cura del COBAS Provincia di Roma – Fed. Naz. Regioni-Enti Locali

I COBAS hanno convocato, insieme alla CUB, all’USI e all’ADL Cobas, lo sciopero generale di tutto il lavoro dipendente, pubblico e privato, per l’intera giornata di venerdì 14 novembre. Insieme a noi promuoveranno lo sciopero, rendendolo generalizzato e sociale, anche numerose strutture dei Centri sociali e del territorio, comitati e coordinamenti dei precari, organizzazioni studentesche nazionali e locali.

Vogliamo coinvolgere nello sciopero – e nelle manifestazioni che si svolgeranno nelle principali città – anche parti significative del piccolo lavoro “autonomo”, schiacciato dalla crisi almeno quanto quello dipendente, i giovani delle partite IVA e delle decine di tipologie di precariato, e pure chi non può scioperare nelle forme tradizionali, chi non ha neanche un contratto o che addirittura lavora gratuitamente.

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Anche se a tutt'oggi non è stato firmato il decreto che proroga il blocco dei contratti dei dipendenti pubblici non c'è da sperare in una ripresa della contrattazione nazionale, considerato che manca completamente la copertura finanziaria. Scatta quindi da aprile la corresponsione dell'indennità di vacanza contrattuale?
Dal punto di vista prettamente giuridico SI, eppure con il Dl 98/2011 il legislatore ha demandato all'emanazione di uno o più regolamenti per la proroga fino al 31/12/2014 di tutte le norme che limitano i trattamenti economici dei dipendenti della PA oltre che per la revisione delle modalità di calcolo dell'indennità di vacanza contrattuale.
Tirando le fila quindi, allo stato attuale non ci sono norme che vietano la corresponsione dell'indennità nello stipendio di aprile, eppure si paventa l'ipotesi dell'emanazione del regolamento in questione oltre la data di chiusura degli stipendi, con la conseguenza di dover recuperare nello stipendio di maggio le somme liquidate.

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